Per anni il gioco di ruolo è stato raccontato come una cosa da cantina. Un passatempo da nerd, qualcosa di laterale rispetto alle forme culturali “serie”. Eppure se ci fermiamo un attimo a guardarlo da vicino, la domanda cambia: davvero continuiamo a considerarlo solo un gioco?
Creare un gioco di ruolo significa costruire un mondo. Significa decidere quali storie vale la pena raccontare, quali conflitti mettere al centro, che tipo di personaggi esistono e che spazio hanno. Non è solo scrivere un regolamento: è progettare un immaginario. E farlo sapendo che chi giocherà non sarà spettatore ma parte attiva, co-autore della storia.
In un momento storico in cui consumiamo narrazioni in modo passivo, questa cosa non è secondaria.
Creare mondi è un atto culturale
Quando si parla di gioco di ruolo si pensa subito a Dungeons & Dragons. Ed è normale: è il capostipite moderno del genere, nato negli anni ’70 e ancora oggi riferimento globale. Ma il punto non è il titolo più famoso, è il meccanismo.
Un gioco di ruolo mette attorno a un tavolo delle persone e chiede loro di immaginare insieme. Non di guardare, non di scorrere, non di commentare. Di partecipare.
È una forma di narrazione collettiva.
È scrittura distribuita.
È progettazione sociale in miniatura.
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso anche in Italia. Esistono editori indipendenti, traduzioni curate come lavori artigianali, campagne su piattaforme come Kickstarter che raccolgono comunità prima ancora che clienti. Non è mainstream, ma non è più invisibile.
E soprattutto non è più chiuso.
Una risposta lenta a un mondo veloce
C’è un aspetto che ci interessa particolarmente: il tempo.
Il gioco di ruolo richiede tempo. Ore attorno a un tavolo, attenzione, ascolto reciproco. Non puoi accelerarlo a 1,5x. Non puoi saltare una scena. Devi starci dentro.
In un’epoca fatta di scroll infiniti e contenuti compressi, questa lentezza diventa quasi un gesto controcorrente. Non è nostalgia, è un altro modo di stare insieme. E forse è proprio per questo che oggi il gioco di ruolo indipendente torna a essere interessante: perché rimette al centro relazione, immaginazione e comunità.
Non stiamo dicendo che ogni manuale sia automaticamente cultura, come non lo è ogni libro o ogni spettacolo. Stiamo dicendo però che liquidarlo come passatempo è una semplificazione che non regge più.
Dentro quei mondi ci sono scrittura, design, illustrazione, organizzazione, studio. C’è lo stesso spirito che vediamo nella musica indipendente o nel teatro fuori dai grandi centri: produrre senza aspettare legittimazioni dall’alto.
Se la cultura è anche costruire immaginari condivisi, allora sì: il gioco di ruolo è cultura.
Giovedì ne parliamo da dentro
Questa settimana a Sala Relax ospiteremo chi quei mondi li crea davvero: tra editoria indipendente, traduzioni, fiere e comunità nate dal basso.
Se vi interessa capire cosa significa passare dal tavolo di gioco alla produzione culturale, giovedì entriamo nel merito.
Perché forse il gioco di ruolo non è più una nicchia.
Forse è semplicemente una forma di cultura che abbiamo iniziato a guardare meglio.
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