Ci sono spazi che, anche quando chiudono, continuano a produrre effetti. Restano nelle abitudini di chi li ha attraversati, nei ricordi di chi ci ha visto un concerto o uno spettacolo, ma soprattutto nel modo in cui hanno insegnato a immaginare una città. La puntata di Sala Relax con Emiliano ed Elisabetta Pergolari parte da qui: dalla storia dello Zut di Foligno, ma finisce per parlare di molto altro. Di comunità, di visione, di organizzazione culturale, di territori che cambiano e di idee che, invece di fermarsi, cercano nuove forme per continuare a muoversi.
Emiliano ed Elisabetta raccontano un percorso costruito nel tempo, fatto di teatro, musica, progettazione e ascolto del territorio. Lo Zut non è stato soltanto un luogo fisico: è stato un laboratorio permanente, un punto di incontro tra linguaggi diversi, un contenitore capace di dialogare con altre realtà cittadine e regionali. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti che emerge dalla puntata: l’idea che uno spazio culturale funzioni davvero quando non si chiude dentro sé stesso, ma diventa un nodo, un passaggio, una casa aperta.
Lo Zut e gli anni in cui Foligno sembrava un laboratorio aperto
Nel racconto di Emiliano ed Elisabetta, lo Zut nasce dentro una stagione particolare. Una stagione in cui Foligno, soprattutto negli anni successivi al terremoto del ’97, ha conosciuto un fermento culturale che da fuori si percepiva con chiarezza. Festival, associazioni, progetti, spazi, relazioni: non un singolo evento isolato, ma una rete di energie che rendeva la città viva, curiosa, attraversabile. In questo scenario, lo Zut si inserisce come luogo capace di raccogliere e rilanciare quella vitalità.
All’inizio l’orizzonte era più vicino al teatro, anche per il percorso di Emiliano, che racconta il passaggio dalla musica alla scena, poi dalla scena all’organizzazione, fino a trovare una propria dimensione soprattutto nel costruire contesti e possibilità per gli altri. Accanto a questo, Elisabetta porta una traiettoria diversa ma complementare: l’architettura, la comunicazione, la cura dello spazio, la parte organizzativa, la musica. Ed è forse anche da questo incontro tra competenze diverse che lo Zut prende la sua forma più riconoscibile: non uno spazio rigidamente settoriale, ma un luogo multidisciplinare, dove i linguaggi si contaminano e la programmazione prova a restare aperta.
Quello che colpisce è che, nel loro racconto, lo Zut non viene mai restituito con nostalgia sterile. C’è affetto, certo, ma c’è soprattutto lucidità. Viene descritto come un salto nel vuoto, un progetto nato senza grandi risorse economiche, tenuto in piedi anche grazie a un equilibrio pratico fatto di bar, caffetteria, laboratori, piccola ristorazione e affitti per attività compatibili con l’identità dello spazio. Un luogo culturale, insomma, ma anche una macchina concreta da far funzionare ogni giorno.
«Le cose più belle che sono avvenute a Zut sono quelle che poi stiamo cercando di portare avanti.»
Più di uno spazio: una visione fatta di relazioni, residenze e linguaggi
Forse il punto più bello della puntata è proprio questo: capirsi che lo Zut non coincideva soltanto con le sue mura. Certo, era una casa. Un posto riconoscibile, amato, attraversato. Ma era anche una visione del lavoro culturale. Una programmazione attenta al multidisciplinare. Un’idea di città in cui gli spazi dialogano tra loro invece di farsi concorrenza. Una disponibilità a uscire dal proprio perimetro per costruire alleanze, collaborazioni, traiettorie comuni.
Questo si sente quando Emiliano racconta lo Zut come incubatore e contenitore, un laboratorio permanente capace di ospitare progettualità diverse e di stare dentro una rete più ampia di relazioni cittadine, regionali e poi anche nazionali. E si sente quando Elisabetta insiste su ciò che ancora oggi stanno cercando di difendere: la cura per una proposta artistica che tenga insieme linguaggi diversi, il desiderio di far dialogare teatro, musica e altri ambiti, e l’attenzione per le residenze artistiche come tempo necessario alla ricerca, non soltanto alla restituzione finale.
È un punto importante, perché racconta bene il loro modo di lavorare. Non si tratta solo di “organizzare eventi”, ma di costruire condizioni. Dare tempo agli artisti, creare contesti, immaginare percorsi che abbiano una continuità. In questo senso la puntata non è solo una conversazione su uno spazio che ha segnato una fase importante di Foligno, ma anche una riflessione su cosa significhi fare cultura in maniera non occasionale, cercando di lasciare qualcosa che duri oltre la singola serata riuscita bene.
Il presente nomade, Factory Fest e il valore di non scegliere uno spazio qualsiasi
La parte più interessante, però, arriva forse quando il discorso si sposta sull’oggi. Dopo la chiusura dello Zut, Emiliano ed Elisabetta non si sono fermati. Anzi, in un certo senso si sono strutturati ancora di più. Raccontano di un presente fatto di residenze, progettualità di lungo periodo, sostegno istituzionale, collaborazioni e un lavoro ormai inserito anche nel sistema del Centro Umbro di Residenze Artistiche (CURA). È quasi un paradosso: senza uno spazio fisso, il progetto è diventato per certi versi più solido, più esteso, più capace di immaginarsi nel tempo.
Naturalmente resta il desiderio di ritrovare un luogo identitario. La ricerca c’è, soprattutto con l’idea di restare legati a Foligno, dove esiste ancora un pubblico e una storia che avrebbe senso continuare. Ma dalla puntata emerge anche una scelta molto chiara: non entrare in uno spazio qualsiasi solo per riaprire in fretta. Meglio aspettare il contesto giusto, quello che abbia davvero senso rispetto al percorso fatto fin qui. Nel frattempo, il nomadismo non viene vissuto solo come una mancanza, ma anche come una possibilità. Ha aperto nuovi incontri, nuovi territori, nuovi formati, nuovi rapporti con spazi pubblici, museali e naturali.
È qui che si innesta il presente di Factory Fest e delle altre attività che stanno portando avanti. Un lavoro che continua a muoversi tra Foligno e Spoleto, nel tentativo di tenere insieme città, pubblici e linguaggi. Eventi pensati per luoghi diversi, concerti, performance, progettualità legate anche all’inclusione, contesti non convenzionali che obbligano a ripensare il rapporto tra arte e spazio. In fondo, è come se l’esperienza dello Zut si fosse trasformata: meno centrata su una sede unica, più diffusa, più mobile, ma ancora fedele alla stessa idea di fondo.
Alla fine, la sensazione è che questa puntata non parli soltanto di ciò che è stato. Parla di come si continua. Di cosa resta quando un luogo chiude. Di come una comunità culturale non si tenga in piedi solo con gli edifici, ma con le relazioni, la cura, la costanza e la capacità di immaginare nuove forme senza perdere il senso del proprio percorso.
A Sala Relax si parte dallo Zut e si finisce per riflettere su cosa significhi costruire cultura in provincia senza ridurla a riempitivo, ma trattandola come un lavoro vero, paziente, collettivo. E forse è proprio questo che rende la conversazione con Emiliano ed Elisabetta così interessante: non il racconto nostalgico di uno spazio perduto, ma quello, molto più vivo, di un’idea che continua a cercare casa.
Ci sentiamo domani!
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