Lara Degli Esposti Alunni e il mestiere di capire prima di trattare

Lara Degli Esposti Alunni racconta il suo percorso nella fisioterapia tra studio, pazienti, postura, dolore e un modo concreto di prendersi cura del corpo.
Lara Degli Esposti Alunni ospite di Sala Relax Podcast durante una puntata dedicata a fisioterapia, dolore e postura

A un certo punto della puntata si parla di postura, come succede quasi sempre appena in una stanza c’è una fisioterapista. È uno di quei temi che tornano da soli, insieme a tutto il resto: il collo, lo stare storti, il telefono, le abitudini sbagliate. Lara però non prende quella strada lì nel modo in cui ci si aspetterebbe. Non conferma il luogo comune, non lo cavalca. Lo rimette semplicemente al suo posto. E in quel gesto, piccolo ma molto chiaro, si capisce già parecchio del suo modo di lavorare.

Lara è una di quelle persone che non hanno bisogno di alzare il tono per risultare credibili. Le basta spiegare bene quello che fa. Nel modo in cui racconta il suo lavoro c’è una qualità che arriva subito: precisione, misura, entusiasmo, ma senza compiacimento. Non cerca di impressionare, non si rifugia nel tecnicismo, non vende scorciatoie. Sta dentro quello che fa con naturalezza.

Ed è forse proprio questa la cosa più interessante della puntata. Più ancora della fisioterapia in sé, resta il ritratto di una professionista giovane che ha già trovato un proprio baricentro.

C’è chi racconta il proprio lavoro. E chi ci sta proprio dentro

Lara Degli Esposti Alunni si occupa di riabilitazione muscoloscheletrica, quindi di tutto ciò che riguarda patologie ortopediche e problemi del sistema muscoloscheletrico, dalla valutazione iniziale al trattamento. Accanto all’attività clinica insegna anche in ambito universitario, nell’area della terapia manuale ortopedica e dell’esercizio terapeutico. Ma il punto non è solo questo. Il punto è come ne parla.

Durante la conversazione non restituisce mai l’idea di un lavoro schematico, fatto di procedure da applicare in serie. Al contrario: insiste spesso sulla valutazione, sulle domande, sul fatto che ogni paziente porta con sé un contesto, abitudini, paure, tempi, aspettative. E quindi prima di trattare bisogna capire. Prima di scegliere, bisogna leggere.

È lì che la sua voce prende davvero forma. Perché raccontando il metodo racconta anche il carattere con cui sta nel lavoro: non automatizzare, non forzare, non semplificare troppo. Anche quando smonta certi automatismi — la postura come causa universale, i video social costruiti sugli “scrocchi”, l’idea del trattamento spettacolare — non lo fa mai in modo aggressivo. Tiene una linea ferma, ma pulita.

Il punto non è solo curare, ma capire chi hai davanti

La parte più viva della puntata, forse, è quella in cui si capisce che nel suo lavoro la relazione conta quanto la tecnica. Lara parla spesso di valutazione e di trattamento, ma ogni volta dentro ci rientra la persona: chi arriva già convinto di sapere cosa ha, chi si spaventa, chi pretende di tornare subito come prima, chi invece parte scoraggiato e quasi non crede più di poter stare meglio.

«Il paziente che è convinto di non guarire non guarisce..»

È una frase forte, ma detta dentro la puntata non suona mai come sentenza. Suona piuttosto come una sintesi molto concreta di una cosa che Lara fa capire bene: un percorso non si regge soltanto su quello che il professionista sa fare, ma anche sulla fiducia che riesce a costruire con chi ha davanti. Non basta intervenire. Bisogna anche accompagnare.

E qui si sente bene una qualità che non sempre emerge in chi parla del proprio mestiere: Lara sembra interessata davvero alle persone con cui lavora, non solo ai problemi che portano. È una differenza sottile, ma si avverte.

Un entusiasmo sobrio, costruito nel tempo

C’è poi il suo percorso, che nella puntata entra senza mai mettersi in vetrina. Lara viene dallo sport, dalla ginnastica ritmica praticata a lungo e a livello agonistico. Da lì nasce un primo rapporto concreto con il tema dell’infortunio, del recupero, del corpo che cambia improvvisamente la traiettoria delle cose. Ma quello che colpisce di più è il modo in cui da quel punto in poi il suo percorso prende forma: laurea, specializzazione, lavoro presso altri studi, confronto continuo con colleghi più esperti, apertura del proprio studio quando era ancora molto giovane.

Non c’è retorica, in questo racconto. E proprio per questo funziona. Perché invece della solita narrazione sulla vocazione o sul traguardo raggiunto, qui passa qualcosa di più credibile: l’idea di una crescita costruita bene, fatta con continuità, con disciplina e con il desiderio di non fermarsi alla prima versione possibile di sé.

Alla fine, la puntata resta soprattutto per questo. Per l’impressione nitida di una persona che ama il proprio lavoro senza trasformarlo in posa. Per il modo in cui tiene insieme entusiasmo e rigore. E per quella sensazione, sempre abbastanza rara, di avere davanti qualcuno che mentre racconta il proprio mestiere non lo sta abbellendo: lo sta semplicemente abitando.

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