Scegliamo continuamente. Al supermercato, online, davanti a uno scaffale, davanti a una consegna veloce, davanti a qualcosa che costa meno di quanto ci aspettassimo. Il punto è che quasi mai scegliamo con tutta la storia davanti. Ed è da qui che parte la conversazione con Francesco De Augustinis: da un’idea di consumo che sembra quotidiana, normale, automatica, ma che appena la guardi da vicino si riempie di domande molto meno semplici.
De Augustinis si presenta come giornalista, ma il modo in cui lavora racconta qualcosa di più preciso. È un freelance che negli anni si è costruito una forma autonoma di lavoro, basata su progetti lunghi, ricerca, viaggi, raccolta fondi, articoli e documentari. Un modello faticoso, precario, da reinventare di volta in volta, ma che gli permette una cosa non così scontata: scegliere i temi da seguire, i tempi del racconto e l’angolazione da cui guardarli.
Questo conta, perché nei suoi lavori non c’è mai il rapporto distante di chi osserva un fenomeno da dietro una scrivania. C’è un giornalismo che va sul posto, entra nelle filiere, mette insieme materiali, connessioni, paesi diversi, interlocutori diversi. E proprio da questo modo di stare dentro le storie nasce anche il passaggio al documentario: non come cambio di linguaggio puramente estetico, ma come possibilità di dare più spazio alle cause, non solo agli effetti.
Dal reportage al documentario: seguire i collegamenti fino in fondo
Nella puntata emerge subito che il cuore del lavoro di De Augustinis non è semplicemente il video. È il reportage sul campo. Il video, semmai, diventa lo strumento che gli consente di uscire dalla scrivania e andare davvero a incontrare i luoghi, le persone, le contraddizioni che racconta. Lui stesso dice che scrivere articoli significava spesso stare al telefono o davanti al computer, mentre prendere in mano una telecamera lo costringeva a stare sulla strada, a parlare, a vedere.
È un passaggio importante, perché aiuta a capire anche il tono dei suoi documentari. Non sono lavori costruiti per impressionare visivamente e basta, né per trasformare un tema complesso in una tesi da dimostrare in modo schematico. Sono lavori che nascono da un processo di ricerca lungo, spesso aperto, in cui il racconto si costruisce seguendo i fili che emergono man mano.
Quando parla dei suoi film, infatti, torna spesso un’idea di scoperta progressiva. Un documentario parte magari da una filiera precisa, da una domanda circoscritta, e poi si apre. La carne porta alla deforestazione. L’acquacoltura porta ai mangimi, ai trasporti, alla pesca industriale, ad altri continenti. Un consumo apparentemente locale si rivela parte di una geografia molto più ampia. È anche questo che rende interessante il suo lavoro: il fatto che non si fermi alla superficie del fenomeno, ma cerchi di seguirne le conseguenze fino a quando diventano leggibili.
E qui il documentario, rispetto al servizio breve, cambia davvero funzione. Come dice lui stesso in puntata, un video di pochi minuti può mostrare un problema; un film più lungo può cominciare a raccontarne le ragioni. Può far vedere non solo che una cosa accade, ma come ci si arriva, quali interessi la tengono in piedi, quali collegamenti la rendono possibile.
Il punto non è soltanto cosa consumiamo, ma quanto sappiamo di ciò che scegliamo
La parte più forte della conversazione, però, arriva quando tutto questo lavoro sul campo si traduce in una questione molto più vicina. Perché seguire le filiere, raccontare la deforestazione, gli allevamenti intensivi o l’acquacoltura non serve solo a produrre inchieste ben fatte. Serve anche a rimettere al centro una domanda che spesso resta sullo sfondo: quanto siamo davvero liberi nelle nostre scelte di consumo?
Nella puntata De Augustinis la mette in modo molto netto. Il problema, dice, non è immaginare persone perfette capaci di orientarsi sempre bene dentro il mercato. Il problema è che quasi nessuno conosce davvero fino in fondo ciò che compra. Non perché manchi intelligenza o attenzione, ma perché gran parte dei costi reali di un prodotto resta fuori campo: costi ambientali, sociali, politici, territoriali.
Questo passaggio, secondo noi, è centrale perché sposta il discorso. Non siamo davanti a una lezione sul comportamento corretto, ma a una riflessione molto più concreta sulle condizioni in cui il consumatore si muove. Se una filiera è opaca, se un prezzo è artificialmente basso rispetto alle conseguenze che produce, se la comodità copre tutto il resto, allora la scelta non è mai semplice come sembra. È qui che il lavoro giornalistico di De Augustinis diventa prezioso: perché non si limita a nominare un problema, ma prova a restituire contesto a ciò che di solito incontriamo solo come prodotto finito.
«Io vivo nella convinzione che sia una questione di ridare la libertà alle persone, perché noi come singoli non siamo liberi delle scelte che facciamo semplicemente perché non le conosciamo.»
Dentro questa frase c’è forse il punto più limpido dell’intera puntata. La libertà di scelta non è un dato automatico. Non basta trovarsi davanti a uno scaffale o a una piattaforma per poter dire che stiamo scegliendo davvero. Per scegliere serve anche vedere, collegare, capire da dove arriva una cosa e cosa comporta.
Un lavoro che parte da lui, ma parla del presente
La conversazione funziona anche per questo: perché quello di Francesco De Augustinis non è un lavoro che osserva i problemi da lontano, ma un modo di entrarci dentro. Le sue storie passano per viaggi, ricerca, incontri, cambi di direzione, imprevisti, accessi difficili, contesti da leggere mentre li attraversa. Nella puntata questa dimensione si sente bene, anche quando affiorano episodi più concreti legati alle riprese. Non come racconto dell’avventura, ma come misura di un giornalismo che, per capire davvero una filiera o un sistema, deve esporsi alla complessità dei luoghi in cui quel sistema prende forma.
Per questo il suo non è mai un discorso astratto sulla sostenibilità, è un modo di fare giornalismo che tiene insieme indagine, movimento, archivio, ascolto e costruzione narrativa. Un lavoro che passa da articoli, video e documentari, e che nel tempo è diventato anche un progetto più strutturato, One Earth, capace di raccogliere materiali diversi e farli dialogare tra loro.
Questo percorso arriva ora a un nuovo passaggio: How to Feed the Planet – Come nutrire il Pianeta sarà presentato in anteprima l’11 aprile al Nuovo Cinema Aquila di Roma, all’interno del Festival delle Terre. Come racconta anche in puntata, il film chiude il cerchio del progetto One Earth, iniziato nel 2019, e porta il discorso verso una domanda ancora più radicale: come nutrire il pianeta senza continuare a distruggere ecosistemi, foreste e comunità?
Ma soprattutto è un lavoro che riesce a fare una cosa non banale: partire da storie precise e arrivare a una questione più ampia senza perdere precisione. Nei suoi film si parla di allevamenti, mangimi, pesci, foreste, trasporti, lobby, risorse. Però alla fine quello che resta non è solo una sequenza di dati o di esempi. Resta una domanda sul presente: su come ci siamo abituati a considerare normali abitudini che normali non sono, su quanto del nostro quotidiano dipenda da catene produttive lontane che vediamo pochissimo, e su quanto questa distanza influenzi ogni giorno la possibilità di scegliere davvero.
È forse qui che la puntata diventa pienamente WoWo. Perché non si limita a raccontare chi è l’ospite e cosa fa, ma usa il suo percorso per parlare di qualcosa di più grande: del rapporto tra informazione e realtà, tra consumo e consapevolezza, tra comodità e rimozione, tra ciò che vediamo e ciò che resta fuori dall’inquadratura.
Alla fine, Francesco De Augustinis non porta soltanto dei documentari dentro Sala Relax. Porta un metodo di sguardo. Un modo di raccontare che parte dal reportage, attraversa i collegamenti globali e torna sempre lì, su una domanda semplice solo in apparenza: siamo davvero liberi di scegliere, se non conosciamo fino in fondo il mondo che rende possibili le nostre scelte?
Ascolta la puntata di Sala Relax con Francesco De Augustinis
per entrare in un lavoro di giornalismo indipendente che mette insieme documentario, ricerca e racconto sul campo. Una conversazione che parla di cibo, filiere e ambiente, ma che in fondo riguarda qualcosa di molto più vicino: il modo in cui leggiamo il presente e ci muoviamo dentro di esso.
Ci sentiamo domani, alle 13.00!
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