Delle immagini che vediamo ogni giorno, delle notizie che arrivano da Gaza, dal Sudan, dall’Ucraina, dai luoghi di cui si parla moltissimo e da quelli che quasi spariscono dal discorso pubblico. Cosa ce ne facciamo dei numeri, dei racconti, delle storie che ci raggiungono mentre stiamo facendo altro, tra una schermata e l’altra, tra un contenuto leggero e una notizia impossibile da sostenere?
È una domanda che resta addosso ascoltando la nuova puntata di Sala Relax, con Milena Scarponi, volontaria del gruppo Emergency di Foligno, e Davide Fabrizi, volontario del gruppo Emergency di Spoleto e coordinatore d’area per l’Umbria.
Perché questa non è solo una conversazione su Emergency. È una conversazione su quello che succede quando la guerra smette di essere un fatto lontano e diventa una presenza continua, quasi normale. Su quanto sia difficile restare informati senza sentirsi schiacciati. Su quanto sia facile, a volte, confondere la stanchezza con l’indifferenza.
La puntata parte da una domanda semplice: che cosa fa un volontario di Emergency? La risposta tiene insieme due livelli. Da una parte c’è il sostegno concreto ai progetti dell’associazione. Dall’altra c’è un lavoro meno visibile, ma altrettanto importante: creare spazi in cui parlare di guerra senza abituarsi alla guerra.
Una gocciolina, ma non inutile
Milena racconta di aver conosciuto Emergency da ragazza, durante un incontro a scuola. Quel momento le è rimasto addosso, fino a diventare, anni dopo, una scelta concreta di volontariato. Davide, invece, incontra Emergency nei primi anni Duemila, dentro un tempo segnato dalle Torri Gemelle, dalla guerra in Afghanistan e dalla presenza pubblica di Gino Strada.
Due percorsi diversi, un punto comune: l’idea che il volontariato non sia solo “fare qualcosa”, ma restare dentro le domande, anche quando sono scomode.
Ed è una cosa che, ascoltando la puntata, colpisce molto. Perché davanti alla guerra è facile sentirsi piccoli. Non nel senso poetico del termine: proprio piccoli, inutili, incapaci di incidere. Firmare una campagna, partecipare a un incontro, sostenere una raccolta fondi possono sembrare gesti quasi sproporzionati rispetto alla grandezza del problema.
Eppure forse il punto è proprio questo. Non sempre possiamo trasformare subito la realtà che abbiamo davanti, ma possiamo decidere se lasciarla scorrere senza attrito oppure no. Possiamo decidere se una notizia resta solo una notizia, consumata tra le altre, o se diventa almeno una domanda in più dentro il nostro modo di stare al mondo.
«Anche un gesto piccolo, se lo facciamo in tanti, se siamo tutti uniti, può fare la differenza.»
Questa frase funziona perché non promette miracoli. Non dice che basta poco e tutto cambia. Dice una cosa più concreta: il poco, da solo, resta poco. Ma il poco, quando diventa collettivo, smette di essere soltanto testimonianza e può diventare pressione, presenza, responsabilità condivisa.
Il diritto alla cura
Una parte importante della conversazione riguarda il modo in cui Emergency lavora nei territori in cui interviene. Il principio è semplice e radicale: curare tutti, gratuitamente e bene.
Non solo offrire assistenza dove manca. Ma costruire ospedali, formare personale locale, creare strutture che possano restare nel tempo. Nella puntata Milena e Davide insistono molto su questo punto: non basta portare un aiuto provvisorio, se poi le persone restano senza strumenti.
La cura, in questo racconto, non è carità. È dignità. È la possibilità di non essere trattati come vite di seconda categoria solo perché si è nati in un luogo più fragile, più povero o attraversato dalla guerra.
E anche qui la puntata si avvicina più di quanto sembri. Perché parlare di cura significa parlare di un’idea di società. Di quello che consideriamo davvero essenziale. Di quanto facilmente ci abituiamo a pensare che alcuni diritti siano normali per noi e quasi eccezionali per altri.
Forse è questo uno dei passaggi più delicati: accorgersi che la distanza geografica rischia di diventare una distanza morale. Che quello che ci sembrerebbe inaccettabile vicino a noi, a volte lo guardiamo con meno stupore quando accade altrove. Non perché ci importi meno, necessariamente. Ma perché il mondo è pieno di tragedie e noi abbiamo imparato, anche per sopravvivere, a selezionare.
Emergency, almeno in questa conversazione, sembra fare il contrario: prova a togliere quella selezione. A ricordare che una persona ferita resta una persona ferita, da qualunque parte stia, da qualunque parte venga.
Non abituarsi
La puntata attraversa temi duri: Gaza, il Sudan, l’Ucraina, le guerre di cui si parla molto e quelle di cui si parla pochissimo. Ma il tono non è mai urlato. Anzi, la cosa più forte è proprio questa: la necessità di trovare parole ferme senza perdere umanità.
Milena e Davide parlano della campagna Ripudia, legata all’articolo 11 della Costituzione, e del bisogno di rimettere al centro una frase che dovrebbe essere semplice: l’Italia ripudia la guerra. Eppure oggi anche dirlo può sembrare divisivo.
«L’articolo 11 dice una cosa ben chiara: l’Italia ripudia la guerra. È stata scelta la parola ripudia, non a caso, perché ripudia è più di rifiuta: contiene anche una riprovazione morale nei confronti della guerra.»
Ed è qui che la puntata lascia forse la domanda più personale. Non solo: che cosa stanno facendo le istituzioni? Non solo: perché la politica non dà abbastanza spazio a queste posizioni? Ma anche: noi quanto spazio gli diamo, nella nostra vita quotidiana?
Quanto spazio diamo alla pace, se non come parola bella, ma come tema difficile da sostenere? Quanto siamo disposti a non girarci dall’altra parte? Quanto riusciamo a informarci senza farci schiacciare, a indignarci senza diventare cinici, a restare sensibili senza sentirci ingenui?
Non c’è una risposta pulita. E forse è giusto così. La puntata non chiede di uscirne con una soluzione in tasca. Chiede qualcosa di più semplice e più scomodo: non lasciare che tutto diventi normale.
Per un progetto come WoWo, che prova a raccontare il territorio anche come luogo da cui guardare il presente, questa conversazione conta proprio per questo. Perché ricorda che Spoleto, Foligno, l’Umbria non sono fuori dalle grandi questioni del mondo. Possono essere luoghi piccoli, certo. Ma anche i luoghi piccoli possono aprire discorsi grandi, se qualcuno decide di portarli dentro una scuola, una sala, un’associazione, una puntata.
Alla fine resta una sensazione precisa: parlare di pace oggi non significa avere parole leggere. Significa, al contrario, reggere parole pesanti senza lasciarle marcire nella retorica.
E forse il primo gesto, prima ancora di sapere cosa fare, è questo: accorgersi di quando ci stiamo abituando.
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