Alessio Vissani e il tempo che serve per guardare davvero

In questa puntata di Sala Relax, Alessio Vissani torna a parlare di nativi americani, fotografia e memoria. Ma il centro della conversazione diventa anche un’altra cosa: il modo in cui guardiamo le immagini, le storie e il tempo.
Alessio Vissani ospite di Sala Relax durante la registrazione del podcast WoWo

Alessio Vissani è uno di quegli ospiti che, appena provi a definirli, ti costringono ad aggiungere qualcosa. Fotografo, certo. Fotoreporter, anche. Giornalista, autore, appassionato di fumetti, Tolkien, cultura pop e immaginari che arrivano da lontano. Non un tuttologo, come viene detto in puntata, ma una persona che tiene insieme molte cose senza farle diventare confusione.

Era già passato da Sala Relax per raccontare il suo lavoro sui nativi americani. Un percorso nato da una passione di bambino, cresciuta tra fumetti, racconti familiari e un’attenzione sempre più precisa verso le culture native del Nord America. Da lì sono arrivati i viaggi nelle riserve degli Stati Uniti, l’incontro con alcune comunità, il lavoro fotografico e poi Unbreakable, il libro dedicato soprattutto ai nativi delle praterie.

In questa nuova puntata si riparte proprio da lì. Dal libro, dalle presentazioni, dal rapporto con il pubblico, da quello che succede quando un progetto nato da un viaggio comincia a camminare da solo. Ma la conversazione prende presto una strada più ampia. Perché con Vissani si parla di nativi americani, sì, ma anche di fotografia antica, di immagini prodotte in serie, di cose che non si possono fotografare, di giovani incuriositi da vite lontane dalle nostre, di cultura pop che ogni tanto capisce le cose prima dei saggi.

Il punto più interessante arriva quasi senza bisogno di caricarlo troppo: oggi tutti possiamo fare immagini. Le fotografie sono un’altra cosa.

Un percorso nato prima della fotografia

La storia di Vissani con i nativi americani non comincia con una macchina fotografica in mano. Comincia prima, in un posto molto più domestico: i fumetti raccontati dal nonno, Tex, l’immaginario dell’infanzia, quella curiosità che da piccoli non sai ancora nominare ma che poi ti resta addosso.

In puntata racconta che il nonno gli sfogliava i fumetti, ma lui non poteva quasi toccarli. In qualche modo, dentro questa scena, c’è già molto del Vissani che arriva dopo. C’è l’attenzione per le immagini, ma anche per il modo in cui le immagini vengono trattate. C’è il racconto orale. C’è l’idea che certe cose vadano maneggiate con cura.

Anni dopo, quella passione diventa viaggio. Vissani arriva nelle riserve, vive un’esperienza che lui stesso definisce prima di vita e poi di fotografia, e da lì nasce Unbreakable. Non solo un libro fotografico, ma il tentativo di riportare in Italia una parte delle parole e delle storie ricevute da chi lo aveva accolto.

Questa cosa nella puntata torna spesso: il libro non nasce come semplice raccolta di scatti. Nasce anche da una promessa. A chi gli aveva dato un letto, da mangiare, tempo, fiducia, Vissani e gli altri autori avevano detto che avrebbero provato a far arrivare quelle parole altrove. In Italia, nelle presentazioni, davanti a persone che magari conoscono i nativi americani solo attraverso il cinema, i fumetti o qualche immagine un po’ mitizzata.

Ed è qui che il progetto prende una forma interessante. Perché Unbreakable non sembra parlare solo agli appassionati di fotografia. Anzi, Vissani racconta che si aspettava un pubblico fatto soprattutto di colleghi fotografi, mentre ha trovato spesso persone appassionate di viaggio, di culture native, di esperienze lontane dalla vita quotidiana. Il libro è di nicchia, certo, ma non chiuso. È uno di quei lavori che, se lo incontri nel momento giusto, ti apre una domanda.

Non “quanto è bella questa foto”, ma: cosa sto guardando davvero?

Non tutto può diventare uno scatto

Uno dei passaggi più forti della puntata riguarda proprio ciò che non è stato fotografato. Durante il lavoro nelle riserve, alcune situazioni e alcuni riti non potevano essere ripresi. Non per mancanza di occasione, ma per volontà delle comunità native.

È un dettaglio decisivo. Perché oggi siamo abituati a pensare che, se qualcosa accade davanti a noi, allora possiamo documentarla. Se siamo lì, la fotografiamo. Se è interessante, la pubblichiamo. Se è raro, ancora meglio. Vissani invece racconta un’altra postura: quando una comunità ti concede fiducia, non la usi per portarti a casa lo scatto più forte.

In quei momenti, la macchina fotografica resta da una parte. E va bene così.

Questa idea è molto più attuale di quanto sembri. Non riguarda solo i nativi americani o il reportage. Riguarda il modo in cui produciamo contenuti ogni giorno. Siamo dentro un tempo in cui quasi tutto può diventare immagine: un concerto, un viaggio, una cena, una conversazione, una festa, una protesta. La possibilità tecnica c’è sempre. Il punto è capire se basta quella per legittimare lo scatto.

Nel libro, quelle parti non spariscono del tutto: alcune vengono affidate all’illustrazione. Il disegno entra dove la fotografia non può entrare. Non come trucco, ma come altro linguaggio. È una scelta che dice molto del progetto: non tutto deve essere mostrato nello stesso modo.

Una foto sola, non cento immagini

La parte sul collodio umido arriva più avanti, ma sembra collegarsi naturalmente a tutto il resto. Vissani racconta questa tecnica fotografica dell’Ottocento, realizzata su lastre di vetro o di ferro, con un procedimento lungo, preciso, materiale. Nitrato d’argento, camera oscura, tempi da rispettare, banco ottico, posa ferma.

Non è vintage da arredamento. Non è nostalgia per fare scena. È un altro modo di stare dentro la fotografia.

Con il collodio umido non lavori sull’abbondanza. Non fai cento scatti per poi scegliere quello migliore. Di solito fai una foto. Al massimo due, se qualcosa va storto. La persona davanti all’obiettivo deve fermarsi davvero. Deve sapere che quel momento conta, perché non sarà replicato all’infinito.

È il contrario di quello che facciamo di solito. Oggi scattiamo, correggiamo, cancelliamo, rifacciamo, filtriamo, pubblichiamo, archiviamo, dimentichiamo. Non è per forza un male. È il modo in cui viviamo, lavoriamo, comunichiamo. Però Vissani mette sul tavolo una differenza utile: produrre immagini è diventato facilissimo; fare una fotografia, forse, richiede ancora un’intenzione.

«Secondo me il bello di queste fotografie è che ti lasciano qualcosa in mano, e quindi forse percepisci meglio il valore di quell’oggetto. C’è l’unicità di quel momento: adesso tutto è replicabile, tutto è facile da fare. Tutti possiamo fare foto, o come dico io tutti possiamo fare immagini. Le foto sono un’altra cosa.»

Il presente ha bisogno anche di cose lente

La puntata con Alessio Vissani funziona perché tiene insieme mondi che, sulla carta, potrebbero sembrare distanti: nativi americani, collodio umido, fumetti, Tolkien, Avatar, viaggi, editoria fotografica, presentazioni nei festival, cultura pop. Il rischio sarebbe fare un elenco. Invece il filo c’è: sono tutti modi di parlare di immaginari che ci formano e di storie che chiedono tempo per essere capite.

Nel caso di Vissani, quel filo è il rapporto con le immagini. Con quelle che produciamo, quelle che ereditiamo, quelle che ci hanno raccontato il mondo prima ancora di incontrarlo davvero.

Viviamo in un tempo in cui tutto è documentabile e quasi tutto è modificabile. La fotografia è diventata gesto quotidiano, automatismo, linguaggio sociale. E proprio per questo ha senso ascoltare qualcuno che lavora anche con una tecnica lenta, costosa, scomoda, piena di passaggi. Non per dire che quella sia “più vera” in assoluto. Ma perché ci ricorda una cosa che rischiamo di perdere: il valore di una foto non sta solo nell’immagine finale, ma nel modo in cui viene costruita.

Una lastra al collodio umido, un rito non fotografato, un libro nato da una promessa, una presentazione piena di persone che fanno domande: sono tutti pezzi della stessa questione. Come si racconta qualcosa senza consumarlo subito?

Forse è questo il motivo per cui Vissani torna volentieri dentro Sala Relax. Perché porta storie piene di dettagli, ma non le chiude mai del tutto. Ti lascia con la sensazione che dietro ogni immagine ci sia un tempo più lungo. E che ogni tanto, per guardare meglio, serva semplicemente smettere di produrre immagini per qualche secondo.

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